di ALESSANDRO LIMATOLA
Il 2007 è oramai alle spalle e s’intensificano le analisi ed i bilanci sulle attività svolte e sulle prospettive per il 2008.
A questo “gioco” non intendiamo sottrarci fornendo il ns. contributo in termini di analisi e proposta.
Contrariamente a quanto afferma il Presidente del Consiglio e senza alcuna vena polemica, riteniamo che l’Italia ed il Mezzogiorno in particolare siano tutt’altro che risanati. Parimenti non condivisibile è l’affermazione (di fine anno) del Prof. Prodi secondo cui il Paese si avvia verso al crescita economica.
Tenuto conto della situazione di stallo, specie sotto il profilo delle riforme istituzionali ed economiche, immaginiamo, anzi temiamo, che il 2008 non sia molto diverso dal 2007, salvo stravolgimenti, eventi straordinari e/o un mutamento di rotta.
Non dimentichiamo che l’Italia è all’83° posto per attrattività ed al 43° per infrastrutture, con un trend che non punta certo verso l’alto. Il Sud è ancora più giù!
La P.A. è sempre più distante dall’Impresa; la politica ha tempi e logiche del tutto incompatibili con chi deve produrre e competere in un mercato oramai globalizzato.
A mero titolo esemplificativo non si è ancora posto un argine alla delocalizzazione degli stabilimenti industriali; il fatto più preoccupante è che all’esterno non vengono più portate solo produzioni con un tasso tecnologico limitato, ma anche quelle più innovative, vista la crescente specializzazione della manodopera dei Paesi in via di sviluppo.
Quanto innanzi, insieme ad altre circostanze concorrenti, determina una progressiva e costante perdita di competitività delle nostre aziende.
Che fare? Cosa aspettarsi dal futuro?
Pur confermando che non ci si può attendere grandi stravolgimenti per il 2008, riteniamo che la congiuntura economica internazionale può rappresentare un’occasione utile per le aziende operanti nel settore manifatturiero e dei servizi.
I movimenti sociali e le mutate politiche delle economie in via di sviluppo, inducono a pensare che, a partire dal 2008, paesi come la Cina e l’India debbano entrare in una nuova fase (non più di crescita economica tumultuosa ed a due cifre)ma di assestamento con una maggiore attenzione per le condizioni di vita dei propri cittadini e dei lavoratori.
I temi ambientali, salariali, nonché quelli legati alle condizioni e di vita e di lavoro non saranno più appannaggio delle sole economie maggiormente sviluppate, ma inizieranno ad essere avvertiti anche nei paesi che hanno fatto registrare i ritmi di crescita più elevati degli ultimi anni.
Gli squilibri economici e sociali interni, causati dall’avvicinarsi al libero mercato, non potranno più essere sottovalutati dai Governi di questi Paesi, a meno che non vogliano mettere in discussione la posizione delle stesse classi dirigenti.
Nello stesso tempo – e per altro verso – le non facili condizioni in cui versa il bilancio statale degli Stati Uniti e la crisi dei mutui (subprime) lascia presupporre un rallentamento di questa economia nel prossimo anno.
In tale contesto un ruolo centrale potrà essere recuperato dai paesi del Vecchio Continente, primo fra tutti l’Italia che, oltre ad aver fatto registrare negli ultimi 15 anni il minor tasso di crescita, ha una capacità di espansione fortissima rappresentata proprio dal sottoutilizzo, al Sud, di un ampio bacino di manodopera e di importanti aree a vocazione turistica e produttiva.
Per far ciò occorre un fermo ed autorevole intervento dello Stato centrale ed una radicale riforma delle logiche e del funzionamento delle amministrazioni locali, concentrando gli interventi nei seguenti settori:
– Sicurezza
– Liberalizzazioni
– Semplificazione della P.A.
– Specializzazione nelle fasce di alta gamma con la logica della personalizzazione.
Si tratta di obiettivi che, se accompagnati da volontà concrete e reali, sono facilmente conseguibili nel prossimo anno/biennio i quali possono essere determinanti per recuperare il gap competitivo dell’Italia e del Sud rispetto alle altre economie occidentali avanzate.
Per far ciò, basta “solo” rimboccarsi le maniche ed …… incrociare le dita.










