di NICOLETTA D’ARBITRIO ZIVIELLO
Il Real Albergo dei Poveri di Napoli era stato tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del Duemila oggetto di ricerche documentarie, di studi, di pubblicazioni, di mostre, di convegni e dibattiti con una partecipazione di numerosi studiosi, di associazioni, e forze impegnate socialmente e culturalmente nella Città. L’avvio dei lavori di restauro dell’imponente edificio che avrebbe dovuto ancor più vivacizzare il dibattito, ha segnato invece l’allontanamento tra la Città e le attività in atto dentro le mura. Gli studiosi, la società civile, non sono diventati improvvisamente indifferenti alle sorti dell’edificio, alle modalità del restauro in corso, e soprattutto, a quali funzioni verrà in futuro destinata la grande struttura, ma agli interrogativi più volte posti, non sono state date risposte esaustive. L’iniziativa del Trip di Via Martucci di presentare il filmato: Il Real Albergo del Poveri Storia di un’utopia sociale della città di Napoli (sabato 29 febbraio), ha avuto il merito di riaprire il dibattito tra le istituzioni e la società civile.
Il Real Albergo dei Poveri di Napoli, definito dal governo Borbone: l’Edificio delle Arti della Città, erroneamente continua ad essere annoverato, insieme alla Real Fabbrica delle sete di san Leucio, tra le opere Utopiche del XVIII secolo. In realtà le due strutture sono da ascrivere tra le iniziative che intendevano creare delle Manifatture di Stato, come era stato compiuto in Europa già nel secolo XVI. Quindi, non frutto di astratte visioni idealistiche, ma di piani complessi che intendevano dare un alto valore all’artigianato, come forma specialistica di lavoro.
La politica di emancipazione dell’economia del Regno fu caratterizzata dai Borbone dalla creazione di modelli produttivi, che dovevano fungere da propulsori dell’emancipazione proficua del territorio. Intendimenti che il sovrano esplicita il 25 febbraio 1751 nell’atto di fondazione del Real Albergo dei Poveri, dove introdurre le proprie, e necessarie arti, affinché tal opera (…) riesca di beneficio a questa Città, e Regno.
Il sovrano s’impone come riferimento supremo del buon governo, in grado di creare strutture sociali e produttive in un Regno come quello di Napoli, per troppo tempo soffocato dalla politica vicereale, dove la classe degli imprenditori era frammentata e di scarsa rilevanza.
L’Albergo dei Poveri fu sede di molteplici manifatture e scuole di: filatura, tessitura, ricamo, incisione, ecc., dove furono istruiti alle arti numerosi giovani, sottratti alla condizione di mendicità, convertendo le loro energie disgregate in forza lavoro qualificata. Dobbiamo alle scuole e manifatture create nei secoli XVIII e XIX l’alta qualificazione del nostro artigianato artistico, dotato di molteplici campi creativi: la lavorazione di cammei incisi sul corallo e sulle pietre laviche, l’arte della tessitura e del ricamo, l’arte sartoriale, ecc. Nel 1845 erano impegnati nella creazione di manufatti d’alta qualità legati alla moda: 301 filatori, 447 tessitori, 743 orefici, 92 filatori d’argento, 86 filatori d’oro, 100 ricamatori, 223 guantai, 55 corallari, 66 tartarugai, 220 gioiellieri, 3.923 calzolai, 990 cappellieri, 450 guantai, 140 modiste, 3.040 sartori, ecc. Nel 1871 lavoravano in Città: 301 filatori, 258 fabbricanti di tessuti, trentotto gallonari, 220 argentieri, 490 bigiottieri, 218 gioiellieri, 461 incisori, 844 orefici, 319 orefici fabbricanti e negozianti, 7 orefici battitori, 9 orefici fonditori, 3 orefici saggiatori, 211 ricamatori, 38 gallonari, 5.950 calzolai, 900 guantai, 1.278 cappellieri, 3.761 sartori, ecc. Nell’Ottocento i gioiellieri e i sarti napoletani erano conosciuti in Italia, Francia e Inghilterra. Oggi Napoli riconferma il suo ruolo di Città dell’artigianato. Il genio creativo degli artefici napoletani è studiato e ammirato in tutto il mondo; ma sabato dagli interventi seguiti alla proiezione del filmato sull’Albergo dei Poveri, è emerso come sia poco conosciuta la funzione storica del Real Albergo connessa al progresso delle Arti della Città. D’altronde la vastità e la complessità del lavoro artigiano che rappresenta, tra l’altro una delle realtà altamente produttive di Napoli, rimane non adeguatamente valutata anche tra i rappresentanti delle istituzioni cittadine.
La diffusa visione minimale delle cosiddette Arti del Fare è emersa, ancora una volta, dal dibattito apertosi sabato al Trip, dove, tra l’altro nessun rappresentante istituzionale delle imprese artigiane era stato invitato a intervenire; eppure l’artigianato è tra le attività la più titolata ad assumere un ruolo attivo nel Real Albergo, dopo il restauro nel progetto Il Real Albergo dei Poveri di Napoli, città dei giovani. Come mai gli artefici: i Maestri dell’Arte, che dovrebbero di norma essere coinvolti, rimangano estraniati da questa realtà in elaborazione?
Il Real Albergo ha rischiato negli anni ottanta la demolizione, per i danni subiti per il terremoto, ma superato il rischio dell’annullamento fisico dell’edificio, è da preservare la sua valenza simbolica conferita dal ruolo che gli fu assegnato nel XVIII secolo, di Edificio delle Arti della Città.










