Non ci sorprende l’esito di un sondaggio, pubblicato alla fine di aprile dai principali quotidiani italiani, dove si evidenzia che le nuove formule previste dalla Legge Biagi sono poco utilizzate dalle aziende in generale.
In particolare aggiungiamo che i nuovi contratti non introducono quella flessibilità che da tempo andiamo auspicando e, soprattutto, sono estremamente complessi nella loro attuazione per una piccola impresa con esigenze e peculiarità tutte sue.
Entrando nel dettaglio, il cosiddetto “contratto di lavoro a progetto”, quello che di fatto ha sostituito i cosiddetti Co.Co.Co. (Collaboratori Coordinati Continuativi), cioè una delle forme di flessibilità più adoperate dalle aziende del nostro settore, impone una formula avulsa dalla realtà artigiana dove l’attività rarissimamente si rapporta a progetti circoscritti negli obiettivi e definiti nel tempo. Per di più le procedure sono complesse, burocraticamente disincentivanti, tali da sconfortare l’imprenditore artigiano che pure necessiterebbe di un potenziamento della forza lavoro a disposizione.
Il “rompicapo” del contratto a progetto, per non dire degli altri, proprio non fa per noi, per l’artigianato. Ecco perché crediamo che sia più che mai necessaria una specifica normativa che tenga finalmente conto dell’artigianato e soprattutto della sua indiscussa potenzialità di dare sviluppo all’occupazione.










