Occorre affrontare complessivamente i temi dell’economia e dello sviluppo istituzionalizzando i tavoli di confronto tra le parti sociali
Di ALESSANDRO LIMATOLA
Le discussioni di questi giorni, preliminari all’approvazione della legge finanziaria per il prossimo anno, appaiono per certi versi miopi e per altri infondate.
In maniera assolutamente strumentale, ciascuno degli attori del sistema tenta di scaricare su altri o su fattori esogeni, la causa della stagnazione dell’economia nel nostro sistema.
Come ogni estate, abbiamo assistito al – già conosciuto – balletto di cifre, sondaggi e risultati di studi che, nella migliore delle ipotesi, lasciano forti dubbi sulla loro validità scientifica e statistica.
La ripresa autunnale rappresenta, come sempre, il reale inizio d’anno.
Per poter affrontare nel migliore dei modi la congiuntura e programmare il futuro le – pur legittime – posizioni demagogiche e di comparto devono lasciare il posto a politiche di sistema che guardino dapprima alla crescita complessiva dell’economia italiana e subito dopo alla ridistribuzione della ricchezza drenata dal sistema fiscale.
E’ davvero riduttivo, che, anche quest’anno, si rimettano in movimento le lobby delle forze produttive e sociali – per ingaggiare la consueta lotta tesa all’accaparramento della fetta più grande possibile della spesa pubblica – senza, però, considerare che la somma da dividere diventa sempre più piccola a causa della sostanziale riduzione del Pil e della mancata crescita dell’economia.
Occorre affrontare complessivamente i problemi sul tappeto in modo da trovare la migliore soluzione possibile ed ad ampio spettro.
Non può, ad esempio, essere affrontato il problema del caro-petrolio separatamente da quello della dinamica dei prezzi e dell’inflazione, così come non possono essere affrontate le rivendicazioni economiche dei sindacati senza tener conto dell’indifferibile esigenza di rilanciare la competitività delle nostre imprese e, quindi, del sistema – Italia.
L’oggettiva esigenza di crescita dei salari deve, a nostro avviso, camminare di pari passo con le esigenze di innovazione e produttività del sistema imprenditoriale, che appaiono sempre più impellenti per evitare l’uscita dell’Italia dal mercato globale.
Le cd. economie giovani (o forse è meglio dire i Paesi che da poco si stanno affacciando sui mercati internazionali) erodono dal basso, in misura sempre più crescente, le quote di mercato delle nostre imprese. La – oramai acquisita – consapevolezza di ciò deve per tutti rappresentare lo stimolo, ulteriore e definitivo, per completare il processo di trasformazione (per il Sud si dovrebbe parlare di creazione) del mercato del lavoro, figlio di politiche risalenti ad oltre 30 anni.
L’esigenza di affrontare complessivamente i temi dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione e di istituzionalizzare, sia a livello centrale che periferico, tavoli di confronti tra le Istituzioni e le Forze Sociali appare sempre più indifferibile se si acquisisce definitivamente la consapevolezza che in un’economia oramai definitivamente globalizzata, come la nostra, i processi di cambiamento – non solo economici ma anche sociali – sono così rapidi che occorre creare un momento di confronto permanente, per individuare i problemi o le opportunità sia nel breve che nel medio-lungo periodo e per adottare le misure e/o le contromisure giudicate utili o necessarie per il nostro Paese.
Un organismo di questo tipo (purchè dotato di effettivi e rapidi poteri decisionali) tornerebbe particolarmente utile alla nostra realtà per meglio comprendere e rispondere alle politiche comunitarie che, nell’Europa a 25, subiranno, senz’altro, un mutamento di rotta.










