APE SOCIALE, PROROGA FINO AL 31 DICEMBRE 2020
Prosegue per tutto l’anno la sperimentazione dell’APE sociale. Tre le scadenze per presentare la domanda: il 31 marzo, il 15 luglio e il 30 novembre. Possono fare domanda tutti coloro che hanno perfezionato i requisiti negli anni precedenti, ma non ne hanno fatto richiesta.
L’Inps, con il Messaggio n. 163 del 17 gennaio 2020, rende noto che sono aperti i termini 2020 per fare domanda dell’anticipo pensionistico APe Sociale, recependo così la proroga della sperimentazione al 31 dicembre 2020, come stabilito dalla Legge di Bilancio (articolo 1, comma 473).
Pertanto, a partire dal 1° gennaio 2020, possono presentare domanda di riconoscimento delle condizioni di accesso all’APe sociale coloro che, nel corso del 2020, maturano tutti i requisiti e le condizioni previste dalla legge, ovvero:
- età anagrafica pari almeno a 63 anni;
- contributi previdenziali non inferiori a 30 anni (o 36 anni di contributi per i lavori gravosi)
I beneficiari dell’Ape sociale devono quindi possedere almeno 30 anni di contributi (contando tutti i periodi non coincidenti maturati presso le gestioni Inps). Le donne con figli hanno diritto a uno sconto sul requisito contributivo pari a un anno per ogni figlio, sino a un massimo di due anni.
Dal 2018, possono accedere all’APe sociale anche i lavoratori disoccupati:
- il cui rapporto di lavoro è cessato a seguito di un contratto a termine, se hanno alle spalle almeno 18 mesi di contratti negli ultimi 3 anni (questo requisito potrebbe essere alleggerito);
- che sono stati rioccupati con un contratto di lavoro subordinato, con i voucher o col contratto di prestazione occasionale o il libretto famiglia per non più di 6 mesi complessivamente;
- lavoratori che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave, ai sensi della Legge 104;
- lavoratori che risultano disoccupati a seguito di licenziamento, anche collettivo, o di dimissioni per giusta causa, o per effetto di risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria;
perché gli appartenenti a questa categoria possano beneficiare dell’Ape sociale, è necessario che abbiano terminato da almeno tre mesi di percepire la prestazione di disoccupazione e che non si siano rioccupati (il trattamento non spetta, dunque, a chi non ha percepito la Naspi o un sussidio analogo)
VERIFICA L’IMPORTO DELLA TUA PENSIONE
L’importo della tua pensione è corretto? Verifica presso il nostro Patronato i cosiddetti “diritti inespressi”, quest’ultimi sono una serie di aumenti, sgravi e agevolazioni, applicabili alle pensioni solo attraverso un’apposita domanda da presentare all’Inps.
Si chiamano “inespressi”, benché siano diritti, perché non è prevista l’erogazione automatica da parte degli uffici preposti. Pertanto, se il pensionato interessato non ne fa esplicita richiesta il diritto viene ignorato. I potenziali beneficiari dei “diritti inespressi” sono tutti i pensionati con un importo lordo inferiore a € 750 mensili, cioè un pensionato su tre. Su un totale di 18,1 milioni che ricevono l’assegno, sono almeno 6 milioni gli interessati. Tuttavia, il limite di 750€ diventa più alto nel caso in cui si abbia il coniuge a carico ed in altri casi previsti dalla legge. Di solito l’importo riconosciuto con una pensione bassa si aggira tra i 50 e gli 80 euro, una somma non irrilevante per chi riceve trattamenti minimi.
Ma vediamo quali sono i possibili diritti inespressi:
- le integrazioni al trattamento minimo;
- le maggiorazioni sociali;
- l’aumento al milione (di lire);
- la Pensione di Cittadinanza;
- la 14a mensilità;
- le prestazioni a favore degli invalidi civili;
- l’assegno al nucleo familiare per i pensionati dipendenti;
- l’assegno familiare per i pensionati autonomi;
- la maggiorazione per ex combattenti.
LE PENSIONI INTEGRATE AL MINIMO
L’INPS calcola la pensione sulla base dei versamenti effettuati e, se l’importo è inferiore al minimo di legge (€ 515,06 € al mese nel 2020), aggiunge una integrazione a carico dello Stato. Ma questa oggi è legata ai redditi personali, per chi vive da solo e a quelli della coppia, per chi è coniugato. La legge fissa determinati limiti di reddito aggiornati di anno in anno in base al tasso di inflazione. Da quest’anno le pensioni sono cresciute dell’0,6%, ciò vale anche per i limiti di reddito che crescono anch’essi di conseguenza. A seconda del reddito può essere assegnata la misura intera o ridotta. Per esempio, un pensionato che ha maturato con i soli contributi una pensione di € 200 al mese e possiede redditi (case, altre pensioni ecc) per € 10mila l’anno ottiene un’integrazione di € 256,78 (13.338,26-10.000:13), per cui la pensione sarà di € 456,78 al mese, inferiore al trattamento minimo. Nella Tabella A sono sintetizzati i requisiti per ottenere l’integrazione per il 2019, validi anche per il 2020.
LE MAGGIORAZIONI SOCIALI
Per chi vive con una sola pensione minima o quasi, la legge riconosce le cosiddette maggiorazioni sociali, che variano in base all’età del pensionato. La quota aggiuntiva è di € 25,83 al mese per coloro che hanno dai 60 ai 64 anni, di € 82,64 per chi ha un’età che si colloca tra i 65 e i 69 anni. Dai 70 anni in su l’integrazione è di € 136,44. I 70 anni richiesti si possono ridurre fino a 65, in ragione di un anno per ogni cinque di contributi versati. Per gli invalidi totali l’età minima è di 60 anni (pensioni al milione di lire) Nel 2019 e nel 2020 le maggiorazioni sono subordinate ai limiti di reddito riportati nella Tabella B. Per i non coniugati, il limite di reddito personale è dato dall’ammontare del trattamento minimo, più l’importo annuo della maggiorazione. Mentre per i coniugi il reddito della coppia non deve superare il limite personale, maggiorato dell’importo dell’assegno sociale (€ 458,82 mensili nel 2020).
LE MAGGIORAZIONI SOCIALI
Per chi vive con una sola pensione minima o quasi, la legge riconosce le cosiddette maggiorazioni sociali, che variano in base all’età del pensionato. La quota aggiuntiva è di € 25,83 al mese per coloro che hanno dai 60 ai 64 anni, di € 82,64 per chi ha un’età che si colloca tra i 65 e i 69 anni. Dai 70 anni in su l’integrazione è di € 136,44. I 70 anni richiesti si possono ridurre fino a 65, in ragione di un anno per ogni cinque di contributi versati. Per gli invalidi totali l’età minima è di 60 anni (pensioni al milione di lire) Nel 2019 e nel 2020 le maggiorazioni sono subordinate ai limiti di reddito riportati nella Tabella B. Per i non coniugati, il limite di reddito personale è dato dall’ammontare del trattamento minimo, più l’importo annuo della maggiorazione. Mentre per i coniugi il reddito della coppia non deve superare il limite personale, maggiorato dell’importo dell’assegno sociale (€ 458,82 mensili nel 2020).
LA PENSIONE AL MILIONE
Chi ha ottenuto la maggiorazione fino ad un milione di vecchie lire al mese può contare quest’anno su un assegno di € 651,50 la cifra si ricava sommando all’importo del trattamento minimo di € 515,06 la maggiorazione di € 136,44 prevista dalla Legge 127/2007 che ha aumentato le pensioni basse. La maggiorazione spetta ai pensionati meno abbienti dai 70 anni in su (60 anni se invalidi totali). Nel 2019 ne può beneficiare chi ha un reddito personale annuo non superiore ad € 8.442,85 o cumulato con quello del coniuge, se sposato, che non vada oltre € 14.396,72. Per evitare disparità di trattamento tra chi ha versato contributi per parecchi anni e chi ha raggiunto la pensione con pochi versamenti, la legge ha previsto che il limite di 70 anni per ottenere l’aumento si riduca, fino ad un massimo di 65 anni, di un anno ogni 5 di contributi versati (vedi Tabella C).
QUALI REDDITI
Sia per la pensione minima che per la maggiorazione sociale, l’Inps considera tutti i redditi di qualsiasi natura, compresi quelli esenti o tassati alla fonte come gli interessi bancari e postali, i rendimenti da Bot e altri titoli. Nel computo rientrano anche le rendite Inail e gli assegni assistenziali. In altre parole, bisogna denunciare tutto eccetto i redditi provenienti da:
- casa di abitazione;
- pensioni di guerra;
- assegno di accompagno;
- trattamenti di famiglia;
- sussidi erogati da Enti Pubblici senza carattere di continuità.
LA PENSIONE DI CITTADINANZA
CARATTERISTICHE
La Pensione di Cittadinanza rappresenta l’equivalente del Reddito di Cittadinanza (RdC) per le persone che hanno più di 67 anni. I requisiti reddituali e patrimoniali per accedervi sono analoghi a quelli del RdC. A differenza di quest’ultimo, però, che dura 18 mesi rinnovabili, la pensione non ha scadenza se permangono i requisiti per fruirne.
REQUISITI
È richiesto un Isee non superiore a € 7.560, aumentato a € 9.360 se il beneficiario vive in affitto. Inoltre, il patrimonio immobiliare, diverso dall’eventuale casa di proprietà, non deve superare € 30mila, mentre quello mobiliare ha un limite di € 6.000, che diventano € 8.000 in caso di coppia di pensionati. Oltre a ciò, non possono possedere ad alcun titolo natanti oppure autoveicoli e motocicli con determinate caratteristiche.
IMPORTO
L’importo massimo della Pensione di Cittadinanza, per un singolo, è di € 780 al mese di cui 150 riconosciuti, nel caso, quale contributo per l’affitto dell’abitazione.
RICHIESTA E FRUIZIONE
Il decreto di istituzione del Reddito di Cittadinanza descrive in modo molto approfondito la modalità richiesta e di mantenimento del Reddito di Cittadinanza, che è legato anche alla partecipazione a programmi di politiche attive. Questi ultimi non sono invece previsti per i destinatari della Pensione di Cittadinanza rispetto alla quale il decreto non indica in modo dettagliato la procedura di concessione e la convivenza con una pensione di vecchiaia o altre tipologie di pensione. La platea delle Pensioni di Cittadinanza è stata inizialmente stimata in circa 3 milioni, ad oggi solo 100mila pensionati hanno presentato la richiesta. È certamente una procedura complessa che consente un aumento esponenziale dei “diritti inespressi” non rivendicati.
LA QUATTORDICESIMA MENSILITÀ
Anche questa prestazione è da considerare tra i diritti inespressi da richiedere. Il beneficio spetta ai pensionati da lavoro – privato, autonomo o pubblico – che posseggono, oltre all’età pari o superiore a 64 anni, un reddito complessivo individuale inferiore ai 13.338,26 euro annui. Nella seguente tabella è possibile vedere quanto spetta ai pensionati in base al proprio reddito annuo.

ASSEGNI FAMILIARI
Molti pensionati non sanno che, se hanno un coniuge a carico, un familiare disabile o se vivono da soli ma sono disabili, hanno diritto agli assegni familiari. Occorre anche in questo caso presentare esplicita richiesta. La prescrizione di questi diritti è quinquennale. È possibile, quindi, recuperare le somme spettanti e mai percepite nei cinque anni precedenti.

CONTATTA IL PATRONATO CLAAI
È importante e opportuno date le particolari normative, rivolgersi agli uffici del Patronato che gratuitamente sono in grado di fornire tutte le valutazioni, informazioni, chiarimenti e la presentazione della domanda on line per ottenere le maggiorazioni dei “diritti inespressi”, non esitare a chiamarci al numero 0815544990 o a scriverci all’indirizzo patronato@claaicampania.it per prendere appuntamento con noi.
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